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Parasite. L’olio per Giuseppina, la carità scambiata per stupidità!

Penso a quanto tempo già è passato dalle ultime volte che mi sono trovata in un posto affollato; me lo chiedo con la curiosità di capire se, un giorno sarà come prima o non lo sarà mai più.

Ieri, ad esempio, ritornavo all’ultima volta che mi sono trovata a cinema a vedere “Parasite”. Davvero un secolo fa, potrei dire metaforicamente. E al di là della piacevole sensazione di ricordare quell’uscita, mi sono soffermata a pensare alla trama del film.

Parasite per chi non l’ha visto, si tratta della storia di una famiglia coreana che vive ai margini della società rimediando piccoli lavoretti qua e là, per sbarcare il lunario; una delle prime scene che mi è rimasta più impressa è stata quella in cui la famiglia accetta il lavoro di dare forma a dei cartoni che saranno impiegati come box alimentari e la cosa che mi ha colpito di più è stata il fatto che non erano molto precisi nell’eseguire quel compito, talvolta sbagliando, senza impegno.

Ad un certo punto, questa famiglia, nella persona del figlio maschio, riesce ad avere un lavoro di insegnante privato di inglese per la figlia di un manager ricchissimo che vive in una splendida villa, nella parte residenziale del paese. E attraverso vari inganni, anche disonesti, arriva a far entrare, al servizio della famiglia benestante, il padre nel ruolo di autista, la madre nel ruolo di governante domestica, la sorella nel ruolo d’insegnante d’arte del figlio piccolo.

Coronavirus

Il ricordo di questi personaggi, sarà ormai dovuto al fatto che siamo solo ed esclusivamente centrati sull’argomento Coronavirus, mi dà la suggestione di pensare a parassiti, da cui peraltro il titolo, che s’infiltrano nelle cellule rappresentate dai componenti della famiglia benestante, in un rapporto uno ad uno, alimentandosi, in modo esagerato e spropositato del benessere di quelle persone che danno loro stipendi alti e vita di lusso. Terribile la scena in cui consumano una cena, senza alcun rispetto per i luoghi che li ospitano, esagerando nell’ingozzarsi e scialacquando viveri senza alcuna moderazione. E’ la legge del contrappasso, in cui da una situazione di estrema povertà, la prossimità alla ricchezza, rende il povero, incapace di un giusto equilibrio. L’esito, evidentemente, è una tragedia, con la morte di alcuni componenti delle due famiglie.

Ed è da sempre che mi chiedo perché alcuni abbiano la strada spianata dalla società che li ospita ed altri sembrano essere sputati via senza avere alcuna opportunità, disparità peraltro insopportabile.

la carità scambiata per stupidità

Di qualche giorno fa il racconto di un’amica che si è offerta di far dono alla sua ex collaboratrice domestica, di viveri per far fronte all’emergenza quarantena, che mi ha lasciato davvero sbalordita. Nel momento in cui il figlio della signora citofona per ricevere il pacco donato, non vedendo, insieme ai viveri, dei soldi, ricitofona alla mia amica e chiede anche i soldi che non erano stati promessi.

Questo racconto mi ha scatenato tutta una serie di considerazioni davvero dolorose; intanto, l’ingratitudine di una persona che, nonostante tutta la disponibilità ricevuta, non ha il garbo di ringraziare, né il figlio, né successivamente la madre.  E penso a mia nonna, che poco più che bambina lascia la sua famiglia per andare a studiare in un paese dove era possibile fare le medie e poi il liceo; aggiungo che mia nonna era del 1906 e che allora le donne non dovevano neppure permettersi di pensare di fare una scelta che le portasse fuori di casa; la sua era una famiglia di agricoltori e le figlie dovevano aspettare solo il buon partito da sposare.

Parasite e l’olio

Lei no, lei decide di voler diventare qualcuno, con le sue sole forze e con il benestare dei suoi genitori. Ha avuto il suo riscatto sociale, è diventata una professoressa di liceo e, parlare di essere diventata borghese, non direi, visto che i professori non erano proprio così benestanti e diciamocelo pure, oggi qui in Italia, non è cambiato molto. Ma ha avuto l’orgoglio di volersi fare da sé, senza compromessi, solo con le sue forze date dalla volontà e dalla bella testa che si ritrovava. E per contrapposizione, penso a tutti i clochard che ho conosciuto qualche anno fa, quando con amici portavamo in giro bevande calde e viveri, che preferivano sparire dalla società, per essere liberi di non esistere, pur di non doversi inquadrare in un sistema sociale scorretto.

Parasite

Ognuno sceglie quello che vuole diventare, alcuni hanno la strada spianata e senza grossi impedimenti, altri devono fare più fatica. Ma questo non vuol dire che uno è lo specchio della sua condizione sociale familiare e lo rimarrà per sempre. Ho conosciuto bimbi di famiglie disagiate con belle teste, pronti ad andare avanti e alcuni, di famiglie benestanti, senza alcuna voglia di fare.

E allora, Parasite, oggi più che mai è un manifesto, per far riflettere sulle nostre esistenze, sul giusto equilibrio, sulla buona scelta per la propria vita. Non pretendere troppo dalla propria condizione sociale, cogliere la giusta opportunità, non strafare. E voglio dire anche, con un pensiero che non le arriverà mai, alla collaboratrice della mia amica, di non pensare che la sfortuna della sua condizione è responsabilità di questa società malsana, che la rifiuta e rinnega, ma che è anche l’arroganza di aspettare pure dei soldi, oltre il pacco dono, senza l’umiltà e la riconoscenza per un gesto di umanità, che la lascerà dov’è, senza un altro pacco dono, perchè strafare, porta alla sconfitta di tutti.

Mari Albanese – Per BabelOnLine

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